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Piu fantastico di una favola
Questo artista di cui si e detto ch'era un pittore di genere, un narratore, un contafavole, un fantastico, e, passando all'esame critico delle origini, un ferra-rese, un fiammingo, un allievo del Mantegna, di An-tonello, di Giovanni Bellini, di Piero della Francesca, un 'caso difficile' insomma, mi pare che debba essere visto innanzi tutto come un 'caso' d'estrema sempli-cita. Con ciô non si vuole dire che il Carpaccio sia un naif, un'anima candida e sprovveduta, una specie di doganiere Rousseau dei suoi tempi. A parte il fatto che io non credo al naif, e ancora meno alla naiveté del Doganiere, si sa anche troppo bene che il Carpaccio era tutt'altro che un ignorante. Aveva visto molto e la sua pittura e piena di riferimenti letterari.
Dunque la naiveté e fuori questione. La sempli-cita di cui si parla a proposito del Carpaccio e la capacita di seguire fedelmente la propria natura, utilizzando nel modo piu conveniente il materiale for-nito dalla propria esperienza, senza altri problemi. E la natura del Carpaccio consisteva soprattutto in un'estrema attenzione alla realta, in una curiosita lucida per ciô che e visibile, che non ha riscontro nella pittura del suo tempo.
Un contafavole? Un artista di illimitata fantasia? Non riesco proprio a vedere dove sia questa grande vena inventiva-, a meno che non si voglia far passare per invenzione fantastica l'arte di mettere un'infinita di cose dentro lo spazio limitato di una tela. Si guardi, ad esempio, L'arrivo degli ambasciatori inglesi pressa il re di Bretagna, che apre il ciclo della Scuola di San-t'Orsola. Dov'e la favola? II Carpaccio rappresenta solo ció di cui ha un'esperienza quotidiana, diretta. Le architetture sono quelle della sua citta, da cui e pro-babile (per quanto si faccian mille congetture anche su questo) si sia staccato di rado; veneziani sono i personaggi, uomini e donne, sia quelli illustri in primo piano che quelli di sfondo; veneziana la luce, assor-bita a ogni ora, durante i suoi vagabondaggi lagunari, che avvolge il racconto. Ha ragione Cesare Brandi
quando afferma che la " inesauribile fantasia di Vit-tore Carpaccio non era che un'illusione".
Delle sue origine e della sua vita si sa poco. Non si conoscono nemmeno con esattezza le date di na-scita e di morte. Era figlio di un tal Pietro Scarpazza, aveva moglie, probabilmente un figlio. I modesti dati biografici sono sommersi dall'importanza dell'epoca in cui viveva, una di quelle epoche che sollecitano in maniera particolare gli interessi degli studiosi; perché sono epoche di passaggio, in cui una fase di vita culturale si chiude, e un'altra, piu ricca, si apre. II Carpaccio dipinse nel momento in cui nella pittura veneziana del Quattrocento si stava operando la grande, profonda rivoluzione che l'avrebbe portata alla matu-rita del Cinquecento, nel momento in cui entravano nel campo, finora dominato dalle personalita dei Bellini e dei Vivarini, nuove figure d'artisti con altri interessi e piu alte ambizioni.
Eccolo dunque questo Vittore Carpaccio, o Scarpazza, giovane sui venticinque anni, affacciarsi sulla scena della pittura lagunare insieme ad altri suoi coe-tanei, come Bartolomeo Montagna, Cima da Cone-gliano, Benedetto Diana. Da dove aveva preso le mosse la sua arte? chi erano i suoi maestri? La ri-sposta piu giusta credo che sia ; tutti e nessuno. Lio-nello Venturi l'ha dichiarato esplicitamente : " II Carpaccio non ebbe un vero maestro come non ebbe veri scolari". Si possono fare tanti nomi, anzi tutti i nomi dei maestri che operarono nella seconda meta del secolo : i Bellini, Antonello da Messina, i fiamminghi, i ferraresi, e perché no, Piero della Francesca. Questo conferma ció che risulta a prima vista guardando le sue tele ; il Carpaccio era una natura eminentemente ricettiva, curiosa, un raccoglitore a cui niente sfuggi-va nell'ordine visivo. II suo occhio doveva scattare con la rapidita di una macchina da presa.
Sempre a proposito della sua "esuberante fantasia", si discute molto sulla conoscenza che avrebbe avuto dell'Oriente. Esso appare in moltissimi dipinti.